Pianificazione urbana, nuovo modello di gestione

In città il
Autore: Rossana Saponaro

Verso un nuovo modello ecosostenibile di gestione e pianificazione della città. La città contemporanea ha perduto progressivamente il suo disegno ambientale consapevole fino a sostituirlo con un modello pianificatorio orientato alla dispersione delle risorse ed all’elevato costo energetico. La stima delle densità degli insediamenti riveste un ruolo chiave nel contesto della pianificazione urbana.

Attualmente è considerato un fenomeno di notevole importanza specialmente in Europa quello legato al progressivo abbandono, spopolamento e disuso dei centri cittadini in favore di nuovo consumo di suolo nelle zone periferiche e periurbane (Kabisch e Haase, 2011).

Nella necessità di considerare, quindi, per il nostro futuro più prossimo una riappropriazione delle città ed un miglioramento della qualità della vita dei suoi abitanti, l’indirizzo da perseguire è quello di un progressivo cambiamento del modello di gestione e pianificazione della città, che conduca ad una riduzione dei consumi energetici e delle emissioni prodotte.

Ed è proprio con questa finalità che l’Europa introduce il progetto “Ecocity” col quale si è inteso sperimentare una pianificazione finalizzata alla riconversione di ambiti urbani a partire dal sistema della mobilità sostenibile, fino a giungere alla progettazione di edifici a basso impatto ambientale e con consumi energetici controllati, con il fine di aumentare gli standard di qualità e di comfort degli abitanti.

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E sono questi gli stessi obiettivi che ritroviamo tra i cinque punti fondamentali dell’Agenda Urbana, a cui la Puglia ha aderito in seguito alla partecipazione dell’assessore Annamaria Curcuruto al Congresso Mondiale HABITAT III tenutosi lo scorso ottobre in Ecuador. E ancora, sono sempre questi, alcuni degli obiettivi strategici alla base di Horizon 2020, il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione.

E allora cosa ci chiede l’Europa? Anzi, cosa dovremmo chiederci noi per primi? Potrei racchiudere tutto in uno slogan: CASE SMART in ECOCITY! A questo dovremmo puntare: a pensare, progettare, costruire ed abitare case smart in eco-città.

Nel nostro Paese oltre i due terzi del patrimonio edilizio esistente è stato costruito prima dell’entrata in vigore della Legge 373/1976, la prima legge italiana in materia di energia che si è occupata anche di edilizia ed il fenomeno della vetustà tende a crescere nel tempo. Considerando la rilevanza quantitativa del patrimonio residenziale e la sua età, la maggioranza essendo stata costruita pre 1990, si può affermare che il patrimonio immobiliare esistente è stato realizzato con criteri prestazionali che non rispettano gli standard energetici più recenti né tanto meno con criteri di resilienza che permettono di affrontare in sicurezza i nuovi cambiamenti climatici. La grandissima maggioranza del patrimonio edilizio esistente in Italia, come in Europa, non è mai stata oggetto di interventi di riqualificazione energetica.

In seguito all’introduzione dei requisiti di rendimento nelle normative nazionali in materia di edilizia, oggi il normale consumo di energia degli edifici di nuova costruzione è dimezzato rispetto a quello degli edifici costruiti negli anni Ottanta. Il potenziale di risparmio energetico è quindi ampio e spesso ottenibile tramite interventi dai ridotti tempi di ritorno. Ma non possiamo mica pensare solo al mercato dell’ex novo.

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La Strategia per la riqualificazione energetica del parco immobiliare nazionale (STREPIN) stima un potenziale di risparmio al 2020 di circa 5,7 Mtep/anno (Mega TEP Tonnellata Equivalente di Petrolio), con investimenti da sostenere nel settore residenziale pari a 13,6 miliardi di euro l’anno per interventi globali e 10,5 miliardi di euro l’anno per interventi parziali.

Da quanto rilevato riguardo all’evoluzione degli andamenti che interessano il mercato della riqualificazione e in relazione alla consistenza e allo stato del parco immobiliare è evidente come il rinnovo e la manutenzione del patrimonio abitativo italiano, compreso soprattutto quello della social housing, saranno strategici nel settore delle costruzioni in misura crescente nei prossimi anni.

La valorizzazione del patrimonio edilizio, attraverso il perseguimento di prestazioni di sostenibilità crescenti sia per edifici di nuova costruzione sia per la gestione e riqualificazione di edifici esistenti, assume oggi un ruolo centrale nel mercato delle costruzioni rispetto agli obiettivi di favorire principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Nel settore residenziale, la costruzione di edifici ad elevate prestazioni energetiche può assumere molteplici valenze: da un lato il contributo significativo a ridurre le emissioni di gas climalteranti e il consumo di risorse energetiche non rinnovabili, dall’altro il contributo al contrasto della povertà energetica. Per contribuire ad un uso più efficiente delle risorse e orientare il processo decisionale della filiera del settore delle costruzioni verso la sostenibilità, i progettisti, gli sviluppatori, i costruttori, i produttori, gli appaltatori, le autorità e gli utenti finali devono poter disporre però di informazioni fruibili, affidabili e soprattutto coerenti.

Chiudo lanciando un alert: già nel maggio 2010 una Direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia all’art. 9 definiva per la prima volta gli Edifici ad Energia Quasi Zero da noi recepiti con la L. 90/2013. A partire dal 31 dicembre 2018, quindi fra un anno, gli edifici di nuova costruzione occupati da pubbliche amministrazioni e di loro proprietà, ivi compresi gli istituti scolastici, devono essere ad energia quasi zero. Tale disposizione è estesa a tutti gli edifici di nuova costruzione a partire dal 1° gennaio 2021.

E vi dirò di più, anzi vi rammendo che dal 1° gennaio 2017 nel caso di edifici nuovi o sottoposti a ristrutturazioni importanti, vi è l’obbligo di garantire la copertura del 50% dei consumi previsti per l’acqua calda sanitaria, il riscaldamento ed il raffrescamento facendo ricorso ad impianti alimentati da fonti rinnovabili così come prescritto dal famoso decreto Romani del 2011.

Non è più soltanto una questione etica, è una sfida anzi permettetemi di chiamarla “Quarta Rivoluzione Industriale”. I consumi energetici destinati agli usi finali del settore civile rappresentano la prima voce del bilancio energetico nazionale (37% sul totale) e questo dato è in linea con la situazione europea, perciò il miglioramento della prestazione energetica degli edifici europei è un aspetto di fondamentale importanza, non solo per il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2020 da parte dell’Unione Europea, ma anche per il conseguimento degli obiettivi più a lungo termine della strategia climatica nell’ambito della tabella di marcia verso l’economia low carbon fissata per il 2050.

Il rinnovamento del parco immobiliare europeo richiede innovazioni in termini di governance, strumenti della politica e tecnologie: la Quarta Rivoluzione Industriale sta infatti tutta nell’attuare contemporaneamente queste innovazioni. Richiede una combinazione di soluzioni digitali, materiali di costruzione innovativi e il coinvolgimento degli utenti come protagonisti della transizione energetica. La strada è lunga.

Rimbocchiamoci le maniche e buon lavoro.

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