Nearworking: il Comune di Milano ci prova

In città,urbanistica il
Autore: Gennaro Del Core

Il Comune di Milano ha deliberato di incentivare il nearworking, letteralmente il “lavoro di prossimità”, rivolto al proprio personale. L’obiettivo dell’amministrazione meneghina è promuovere una terza via tra le vecchie modalità di lavoro e lo smartworking, legato esclusivamente ad attività svolte da ciascun dipendente nella propria casa. Scopo è regolare il traffico nelle ore di punta, evitare assembramenti e porre un freno alla fuga degli entusiasti del southworking.

Milano ci prova, la pandemia e lo sviluppo della digitalizzazione hanno messo in crisi l’idea stessa di grandi agglomerati urbani caratterizzati da esseri umani – formica, intenti totalmente a correre di qua e di là per tutto il giorno. Certo, correre tanto per dire. In fila nel traffico della tangenziale, sulle strade cittadine o schiacciati sui treni della metropolitana o sugli autobus. Due i principali ambiti di intervento previsti dalle linee guida, che saranno attuate in via sperimentale dal Comune di Milano e dalle sue partecipate nei prossimi mesi, a cominciare dall’adozione del POLA (Piano Organizzativo del Lavoro Agile) che vede il consolidamento del lavoro agile quale modalità lavorativa complementare all’attività in presenza a cui si affiancherà anche la sperimentazione di una nuova flessibilità oraria in entrata e uscita, oltre a una nuova dotazione tecnologica e digitale per il personale.

Il Comune si farà carico di verificare eventuali spazi di proprietà al momento non utilizzati oppure da ristrutturare con poco così da avere disponibilità per i propri dipendenti (leggi l’esperienza di Bari che ha riutilizzato un vecchio spazio per realizzare un Urban Center). Ancora, è evidente quanto i luoghi stessi, individuati per svolgere attività professionali in genere, debbano essere rivisti nell’ottica della digitalizzazione ma anche dell’ottimizzazione dei tempi e della conciliazione per le persone dei momenti da dedicare a se stessi ed alla famiglia.

Questo provvedimento ci consente di sperimentare nuove modalità lavorative all’interno della Pubblica Amministrazione, proponendo, primi in Italia, un nuovo modello di vivere e lavorare in una città a 15 minuti – ha commentato l’assessora alle Politiche del Lavoro, Attività Produttive e Risorse Umane del Comune di Milano, Cristina Tajani -. L’obiettivo è quello di avvicinare il luogo di lavoro alla propria abitazione favorendo così lo sviluppo di quartieri non più dormitorio, ma con servizi e nuove attività commerciali con conseguente risparmio di tempo e di emissioni derivanti dagli spostamenti obbligati. La sperimentazione  si inserisce nel generale ridisegno dei tempi della città, dovuto all’emergenza Covid, ma rappresenta un modello valido in sé, da proporre anche al settore privato, utile a migliorare la vita della città e la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro per i singoli individui“.

Un modello da tenere ad esempio e promuovere anche nel settore privato, dunque, per provare ad arginare quella fuga dalla grande città che sta colpendo i grandi agglomerati urbani, non solo Milano, concepiti non proprio a misura d’uomo. Tutti abbiamo capito, finalmente, che non esiste più l’idea di un solo centro in città. Che tra il pieno centro ed i borghi in collina c’è già una via di mezzo. Un’idea di vivibilità di un luogo legato al famoso quarto d’ora reso celebre dalla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, secondo la quale i servizi essenziali per una persona devono essere raggiungibili in non più di quindici minuti a piedi. Il lavoro di prossimità, o di quartiere, potrebbe avere comunque la strada spianata per via di nuove forme anche di business, più orientate a creare occasioni di coworking. Penso anche a piccoli uffici, non necessariamente grandi strutture, che potrebbero essere utilizzati in tutte le città del mondo, piccole o grandi che siano, per andare verso le esigenze di vita dei lavoratori (leggi l’articolo sul Disability Manager per una città a misura di disabile). Infine, non di poco conto sarebbe l’impatto anche sull’economia di prossimità ovvero tutte quelle attività di quartiere che non possono vivere di ecommerce e digitalizzazione perché sono legate ad una clientela di zona.

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