20 anni dalla legge Ronchi

In città il
Autore: Rossana Saponaro

Sono passati 20 anni dalla legge Ronchi, era il 5 febbraio 1997.

La prima legge quadro italiana sulla regolamentazione del settore rifiuti, da quelli speciali a quelli urbani, si deve ad Edo Ronchi, oggi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, già Ministro all’Ambiente nel governo Prodi.

Con le procedure semplificate, previste dal D.Lgs. n.22 del 5 febbraio 1997, per ogni tipologia di scarto sono state individuate le attività e le condizioni ambientali di recupero. L’impatto di questa semplificazione, che recepisce e ingloba tutte le direttive antecedenti, emerge dai seguenti dati: nel 1997 si recuperavano 13 mln di tonnellate di rifiuti speciali per arrivare nel 2014 ad 83,4 mln di ton (dati ISPRA).

È ormai lontano il 1997 quando l’80% dei rifiuti urbani finiva in discarica e la raccolta differenziata era circa al 9%; quando questo tipo di gestione determinava continuamente rischi ed emergenze. Basta ricordare le difficoltà alle quali dovettero far fronte, verso la metà degli anni Novanta, città come Milano ed altre del Sud Italia relativamente agli scarti urbani. In più non si sapeva come gestire i rifiuti speciali di origine industriale a causa del carente numero di siti di deposito.

La normativa ha funzionato nella maggior parte del Paese, ma ancora oggi alcune città vivono un ritardo gestionale per quanto riguarda il rifiuto umido e altre presentano un sistema inadeguato di trattamento della frazione secca che porta a ricorrere massicciamente all’esportazione in altre Regioni o all’estero.

È evidente che per recuperare in modo effettivo e definitivo i rifiuti passando attraverso la loro trasformazione in nuove risorse da restituire al mercato sotto forma di nuovi prodotti, occorre tracciare e definire un quadro normativo ed amministrativo chiaro, omogeneo e, per quanto possibile, semplificato.

L’uso intelligente dei materiali è una delle colonne portanti dello sviluppo sostenibile, una delle azioni che consente di guardare al futuro stimolandone ed agevolandone il cambiamento. Se davvero vogliamo raggiungere gli obiettivi della green and circular economy, dobbiamo cambiare l’attuale modello di produzione e consumo.

Il 26 gennaio scorso, la Commissione ambiente del Parlamento Europeo ha approvato la proposta sulla riforma delle direttive sui rifiuti verso lo sviluppo dell’economia circolare, sulla quale ha relazionato l’On. Simona Bonafè.

L’obiettivo è quello di passare entro il 2030 dal 65% al 70% di riciclaggio e per quelli da imballaggio dal 75% all’80% mentre il conferimento in discarica non dovrà superare il 5% dei rifiuti prodotti; la produzione degli scarti alimentari e dei rifiuti a mare dovrà ridursi del 30% al 2015 e del 50% entro il 2030 rispetto al 2014.

La proposta elaborata dalla Commissione ambiente approderà al Parlamento europeo che dovrà approvarla in via definitiva in Assemblea plenaria fissata per la metà di marzo prossimo.

L’impegno è di tutti. Non basta più il singolo cittadino che separa la plastica dal vetro e dai rifiuti biologici. Adesso è il momento delle aziende produttrici. Devono entrare da protagoniste in una filiera che lavora con l’obiettivo di rigenerarsi da sola massimizzando le potenzialità del ciclo di vita di un prodotto. Del resto, l’esaurimento delle materie prime, l’impatto dei cicli produttivi sui cambiamenti climatici ed i circular competitor presenti sul mercato ce lo impongono.

Il passaggio è epocale: da una economia lineare basata su recupero e riciclo ad una economia circolare basata sul concetto di riutilizzo. Niente di nuovo se pensiamo che già nel Settecento, Lavoisier affermava: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.”

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